Lezioni di stile

Quante volte abbiamo letto in bella evidenza sui quotidiani italici presunti scoop, esclusive, dichiarazioni scottanti che puntualmente tempo dopo si sono rivelati autentiche bufale, cantonate, errori spesso commessi in malafede? E quante volte abbiamo poi letto con lo stesso risalto le scuse del giornale? Nessuno è perfetto, il beneficio del dubbio è concesso a tutti, e a tutti è quindi concesso di sbagliare e l’opportunità di rimediare.

Nel giornalismo “l’opportunità” di rimediare è un dovere, e in Italia in particolare è un obbligo imposto dalla legge n.69 del 1963 e dalla Carta dei Doveri del Giornalista, codice deontologico di cui l’Ordine dei Giornalisti si è dotato autonomamente nel 1993.

Nel capitolo della Carta dei Doveri dedicato alla “Rettifica e Replica” è previsto espressamente che il giornalista “rettifica con tempestività e appropriato rilievo, anche in assenza di specifica richiesta, le informazioni che dopo la loro diffusione si siano rivelate inesatte o errate, soprattutto quando l’errore possa ledere o danneggiare singole persone, enti, categorie, associazioni o comunità”.

Ed invece nel mondo dell’informazione nostrano le rettifiche o non ci sono, oppure sono talmente piccole e nascoste nei più remoti meandri del giornale che nessuno si accorge della loro esistenza.

Suscita non poco scalpore quindi leggere quanto accaduto nel Regno Unito, dove il Daily Mirror ha chiesto pubblicamente scusa al giocatore del Chelsea Shevchenko (ANDRIY SHEVCHENKO – APOLOGY è il titolo dell’articolo) per avergli attribuito false dichiarazioni di insofferenza nei confronti del suo allenatore Mourinho. Più precisamente il tabloid inglese, lo scorso 9 marzo, aveva pubblicato un articolo in cui riportava parti di una presunta intervista rilasciata dall’attaccante ad un sito internet tedesco.

Dopo aver ripreso l’articolo del 9 marzo nei punti salienti, l’edizione odierna del Daily Mirror, in conclusione dichiara: “Having investigated the matter further we accept that these allegations are untrue and that Andriy Shevchenko did not give this interview to the German website or make any of the statements falsely attributed to him. We apologise to Andriy for any distress and embarrassment this article has caused him”.

Anche questo è stile …

Calciopoli ad un anno di distanza

Molto si immaginava, moltissimo si è saputo. Che nel calcio esistesse un potere forte, retto da oligarchia di potenti dediti al conseguimento del risultato migliore per i propri interessi nel modo meno trasparente possibile, era una sensazione allo stesso tempo diffusa ma troppo meschina per essere vera. La sempre e comunque vincente Juventus era per tutti beneficiaria della più classica delle debolezze umane: la sudditanza psicologica nei confronti del potere.

Ed invece proprio dodici mesi fa le dietrologie e le paranoie degli sconfitti sono state avallate dalla pubblicazione di un lavoro certosino delle procure di Torino, Roma, ma soprattutto Napoli. Non più fantasie, ma fatti in piena regola. Migliaia e migliaia di intercettazioni disposte dalle autorità giudiziarie hanno dimostrato che nel calcio il marcio c’era eccome, e che la palla, negli ultimi anni, proprio rotonda non è stata. Il Deus ex Machina di questa incredibile rete di affiliati era Luciano Moggi, allora Direttore Generale proprio della Juventus. Lui decideva, lui ordinava, gli altri eseguivano. E poco importa se chi eseguiva aveva in realtà un ruolo sovraordinato rispetto a Lucianone, o addirittura super partes. Dirigenti federali, arbitri, dirigenti arbitrali, forze dell’ordine: lui comandava tutti.

Ebbene, tutto questo non ci è nuovo, ad un anno di distanza. Abbiamo trascorso una intera estate a leggere sotto l’ombrellone i giornali che riportavano le intercettazioni di questi “signori del telefono”, che trascorrevano più tempo al cellulare che con i propri cari. Si volevano tanto bene, oppure si dicevano altro? Abbiamo capito che il bene non c’entra niente, anzi, appena potevano uno dava addosso all’altro. Solo convenienza. Li muoveva solo la convenienza. Economica, sportiva, professionale. Ciò che è nuova, oggi, è la possibiltà di collegare il tutto secondo una logica che non sia frutto della irrazionalità. Perchè le procure non hanno smesso di lavorare al caso e continuano a pubblicare materiale interessante ai fini delle indagini, e perchè quello che non era chiaro in un primo momento diventa cristallino adesso.

Per questo leggere il “Dossier Intercettazioni” che Repubblica.it ha messo insieme, con tanto di riferimenti temporali, connessioni logiche, spiegazioni motivate, non può che far bene. Soprattutto a chi ancora parla di persecuzione ai danni di un sant’uomo e dei suoi amici, che tutto sono tranne che taroccatori di partite.

Ecco, questo è un primo esempio di cosa voglia dire fare buon giornalismo. Trovare, spiegare, pubblicare una notizia.

In truth we trust

Da un aspirante giornalista un blog su cosa sia il buon giornalismo, o almeno su come dovrebbe essere. Non ci sono ricette buone per tutti gli usi, nessuno si ergerà ad arbitro supremo, ma con l’aiuto dei riferimenti normativi e deontologici della professione saranno osservati i casi concreti che attireranno l’attenzione del pubblico.

Solo due saranno gli obblighi che questo blog si porrà: il rispetto della verità e dei diritti della persona. Perchè la ricerca della “notizia” non è un fine assoluto, senza limiti.

Con un obiettivo tanto ambizioso sbagliare sarà molto facile. Chiedo scusa in anticipo se dovessi commettere degli errori. Naturalmente saranno tutti in buona fede.