Il potere arrogante

Si dice che il giornalismo sia il Quarto Potere, un potere che controlli il corretto funzionamento dei tre più famosi teorizzati da Montesquieau: l’esecutivo, il legislativo e il giudiziario.

Si dice anche che i giornalisti dovrebbero essere dei watchdogs, dei cani da guardia pronti ad abbaiare e se è il caso ad azzannare chi infrange la legge, illude gli elettori, fa i propri comodi amministrando la cosa pubblica.

Non sempre è facile comportarsi in questo modo. Perchè il potente di turno ha tutti i mezzi per scoraggiare, intimidire, in alcuni casi anche minacciare l’intrepido reporter che voglia andare più a fondo della semplice versione ufficiale, spesso superficiale e parziale.

Ebbene, sembra sia successo proprio qualcosa di simile a Paolo Colonnello. All’inviato della Stampa è stato per due volte impedito di seguire il Ministro degli Esteri Massimo D’Alema nelle sue visite ufficiali, prima ad Ankara, poi a Belgrado e in Kosovo. Motivo?

Nel pezzo senza firma, quindi attribuibile alla direzione, intitolato Aerei di Stato e presente nell’edizione odierna del quotidiano torinese, è scritto che “la Farnesina chiariva che l’esclusione non era personalmente rivolta al giornalista, ma alla testata per la quale lavora, incorsa nell’ira del ministro”.

E’ giusto ricordare che l’ira del ministro era stata scatenata la scorsa settimana, quando proprio l’inviato della Stampa aveva firmato un pezzo dal titolo D’Alema, i veleni delle spie Telecom e i conti segreti in Sud America, alludendo appunto alla presenza di conti segreti dell’allora Presidente del Consiglio in Brasile. La fonte da cui il giornalista aveva tratto questa informazione è un rapporto denominato “Project Tokyo”, redatto dagli uomini della Kroll, la più importante agenzia di investigazione privata degli Stati Uniti.

La fonte è credibile, il rapporto esiste e il nome di D’Alema è evidentemente riscontrabile leggendo il documento. L’inviato della Stampa quindi non ha inventato nulla. Questo non vuol dire che ciò che lì è scritto sia assolutamente e incontrovertibilmente vero, ma almeno che qualcosa di poco chiaro c’è, e su cui sarebbe opportuno indagare.

L’eleganza che non ha avuto il Ministro degli Esteri è stata mantenuta dal giornale diretto da Giulio Anselmi, che nello stesso articolo sopracitato ha espresso con garbo un concetto elementare. Ma giusto.

“Noi non vogliamo sopravvalutare i fatti riferiti. Ci limitiamo a sottolineare che un uomo delle istituzioni ha pienamente diritto di non far salire persone sgradite sui mezzi che gli appartengono, macchine, aerei o barche da diporto; se però dispone dei beni pubblici come se fossero suoi apre una questione che va al di là dello stile che il ruolo dovrebbe comportare”.

Come dargli torto?